Rossini Gioachino Antonio
(Pesaro 1792 – Passy de Paris 1868)

Suo padre, Giuseppe, banditore del comune di Pesaro, integrava le entrate suonando il corno nelle manifestazioni teatrali e nelle pubbliche accademie; sua madre, Anna Guidarini, era una cantante che svolse una breve carriera nei teatri marchigiani e a Bologna.
Nel 1802 a Lugo, dove la famiglia si era trasferita, Rossini ebbe l’occasione di studiare in casa dei fratelli Luigi e Giuseppe Malerbi. Fu proprio Giuseppe che gli fece apprendere i lavori di Mozart e Haydn. Sembra quindi che quando Rossini, nel 1806, entrò al liceo musicale di Bologna, non avesse molto da aggiungere alla sua formazione. Qui finì gli studi sotto la guida di padre Mattei; alla fine del percorso scolastico era in grado di suonare la viola e diversi strumenti ad arco, il cembalo, il pianoforte, e si era perfezionato anche nel canto.
L’ingresso di Rossini nel mondo del teatro fu folgorante. Dal 1810, anno del suo esordio al San Molise di Venezia con l’opera La cambiale di matrimonio, al 1823, anno in cui chiuse la fase italiana della sua carriera, Rossini rappresentò almeno 30 opere tra buffe, serie e semiserie. Nella prima parte della sua carriera molteplici furono i lavori comici: La cambiale di matrimonio, L’equivoco stravagante (1811), L’inganno felice, La scala di seta (1812), La pietra del paragone (1812), L’occasione fa il ladro (1812), Il signor Bruschino (1813). Fra questo grande numero di opere buffe, si ravvisano solo le seguenti opere serie: Ciro in Babilonia (1812) ed il Demetrio (1812). Per un esordiente, era abbastanza facile procurarsi scritture per opere comiche o farse in più, la crisi dell’opera seria nei primi dell’Ottocento non era riuscita a riscattarsi dall’aridità settecentesca e aveva fatto sì che nei repertori dei teatri le opere buffe avessero più spazio che le serie. La straordinaria freschezza di inventiva di Rossini, caratteristica che conquistò subito il pubblico, si univa ad un apparente rigore, insolito per l’epoca e per un esordiente. Già dagli anni de liceo, a Rossini era stato dato il soprannome di “tedeschino” per la cura che metteva nell’orchestrazione e per l’attenzione ai particolari armonici.
Dalla tradizione settecentesca Rossini ereditava dunque il concetto di alto artigianato, spostandolo alla conoscenza della musica dei paesi di lingua tedesca; ciò proprio mentre l’Italia sembrava avviarsi a un totale e provinciale isolamento musicale, dopo secoli di dominio incontrastato.
Nel 1813 per Rossini cominciò la fase della maturità artistica. In quell’anno produsse due capolavori, nel genere serio e in quello comico: Tancredi e L’Italiana in Algeri. Proprio L’Italiana in Algeri attesta una totale padronanza del genere buffo. A questo capolavoro Rossini ne fece seguire altri tre: Il Turco in Italia (1814), Il barbiere di Siviglia (1816), La Cenerentola (1817). Con quest’ultima opera Rossini si congedò dall’opera buffa. Le quattro opere elencate raffigurano la sintesi ideale della precedente storia dell’opera buffa. Con Tancredi Rossini fece il primo tentativo di ridare vita al vecchio filone dell’opera seria settecentesca. Da qui in poi nella sua produzione dominano le opere serie, scritte principalmente per il Teatri di Napoli, dove era stato interpellato da Barbaja per assumere l’incarico di direttore del San Carlo e degli altri che l’impresario amministrava, e dove si stabilì dal 1815 al 1822.
Le opere serie di Rossini che precedettero il Mosè e il Guglielmo Tell finirono molto rapidamente nell’oblio. I tentativi di ampliare i confini dell’opera seria attuati da Rossini durante il periodo napoletano, ebbero inizio con l’Elisabetta d’Inghilterra (1815) e proseguirono con Otello (1816), Ricciardo e Zoraide (1818), Ermione (1820), Zelmira (1822). Nel 1823 Rossini concluse la sua carriera italiana con Semiramide. Un soggiorno trionfale a Vienna gli permise di valutare la sua notorietà all’estero. L’Inghilterra fu il primo paese che lo ospitò dal 1823 al 1824.
Fallito il teatro che l’aveva ingaggiato, Rossini lasciò l’Inghilterra per recarsi a Parigi dove rimase per il resto della vita, anche se con ampie parentesi di soggiorno in Italia. In Francia il romanticismo aveva ormai preso piede, e la borghesia di allora guidava la vita artistica sia attraverso la direzione dei teatri che attraverso i canali finanziari e la stampa. Un primo lavoro, la cantata scenica Un viaggio a Reims, scritta nel 1825 per l’incoronazione di Carlo X, fu ritirata dopo la prima. Rossini propose poi al pubblico due composizioni della fase napoletana fortemente rimaneggiati: Maometto II che divenne Le siège de Corinthe (1826) e Mosè in Egitto modificato in Moïse et Pharaon (1827). Questi lavori furono adattati al gusto francese per gli spettacoli di grandi proporzioni che darà vita di li a breve al genere grand-opéra.
Nel 1828 andò in scena Le conte Ory, la prima opera totalmente francese, nella quale vennero utilizzate alcune musiche scritte per Il viaggio a Reims. L’anno successivo andò in scena Guillame Tell, che raffigura l’apice dell’adattamento di Rossini “al nuovo”. Accolta all’esordio senza eccessivi entusiasmi, l’opera diventò una specie di testo sacro per il successive rappresentazioni. Da quel momento Rossini abbandonò il teatro. Nel 1831 Rossini fu colpito da una grave forma di esaurimento nervoso. Trovò in Olimpie Pélissier la donna disposta a prendersi cura di lui. Dopo il periodo più critico della sua malattia, Rossini scrisse la Giovanna d’Arco e le Soirées musicales. Cominciò anche la stesura dello Stabat Mater ma dopo aver completato sei movimenti incaricò Giovanni Tadolini del completamento (Successivamente Rossini terminò la stesura dell'opera che venne eseguita per la prima volta nel 1842 a Parigi). Nei momenti concessigli dalle fasi alterne della malattia, Rossini scrisse numerose composizioni, che raccoglierà con il titolo di Péches de villesse, raccolta composta da 14 fascicoli. Queste composizioni preparano la stesura dell’ultimo grande capolavoro di Rossini la Petite messe solennelle. Composta per dodici cantanti, di cui quattro solisti, due pianoforti e un armonium.
Morì nel 1868 nella sua villa di Passy dove venne tumulato nel cimitero della cittadina. Nel 1887 la sua salma fu traslata nella Basilica di S. Croce a Firenze.