Marenzio Luca
(Coccaglio, 18 ottobre 1553 o 1554 – Roma, 22 agosto 1599)

Forse allievo di Giovanni Contino nella cappella del duomo di Brescia, prestò servizio per qualche tempo nella cappella di Trento e, dal 1578 al 1585, presso il cardinale Luigi d’Este a Modena.
Nel 1588-89 fu alla corte medicea per le nozze del duca Ferdinando, contribuendo, in contatto con Iacopo Pèri e con Emilio de’ Cavalieri, agli intermezzi eseguiti nel corso dei festeggiamenti. In questa occasione compose la gara fra Muse e Pieridi e Combattimento pitico [1] di Apollo che, pur rimanendo entro gli schemi del madrigale, anticipando già il «recitar cantando» [2] fiorentino. Visse poi a Roma, al servizio degli Orsini (1589-95).
Nel 1595 si recò alla corte del re di Polonia; nel 1598 era di nuovo a Venezia. Nessuna notizia si ha sull’ultimo periodo.
Amico di Tasso e Guarini, massimo esponente del «petrarchismo musicale», Marenzio rappresenta nello sviluppo del madrigale un momento culminante, antecedente diretto di Monteverdi. Tutti gli artifici del simbolismo sonoro (madrigalismi) e della «musica visiva» appaiono, nella sua opera, connaturati con la struttura stessa del discorso musicale, in un raffinato e mobilissimo rapporto col testo che tende a risolvere gli espliciti episodi descrittivi in un clima di intima espressività.
Sempre attento al ritmo e al significato verbale, Marenzio asseconda tuttavia la tendenza insita nel madrigale a diventare composizione essenzialmente musicale, non più sottomessa a una forma poetica. Sue qualità salienti sono l’invenzione melodica, ormai espansa in tutto l’ambito della scale maggiore, e una naturale fluidità di funzioni armoniche, che da coerenza logica anche alle alterazioni cromatiche più ardite, moderando la durezza di sperimentazione tipica, invece, di Gesualdo da Venosa. Accordi di passaggio, dissonanze senza preparazione, accordi esorbitanti si disseminano con fini espressivi in un discorso musicale disteso. Magistrale la varietà ritmica, con l’uso della sincope e una fitta mescolanza di figure di piccolo e grande valore che non sempre si esaurisce nel simbolismo visivo o sonoro, ma contribuisce a una raffinata costruzione simmetrico-ritmica dei temi; non di rado la linea melodica, specie nel basso, rivela carattere strumentale. L’imitazione, anche virtuosa, appare ormai in forma episodica nell’ambito di un concreto rapporto descrittivo col testo. Sull’esempio dei veneziani, ricorrono spesso alla tecnica del dialogo policorale e la disposizione a eco delle voci. Gli ultimi libri tendono decisamente verso uno stile declamatorio, forse per l’influsso della nascente Camerata fiorentina.
Nella vasta produzione di Marenzio spiccano, oltre alle numerose raccolte madrigalistiche (9 libri di madrigali a cinque voci, 6 libri a sei voci, 2 libri a quattro e a quattro e sei voci, 1 libro di madrigali spirituali e temporali a cinque voci), le fresche, popolaregginati Villanelle et arie alla napoletana a tre voci, e, nel genere sacro, i mottetti, le sacrae cantiones, le antifone e i completori [3].


[1] Pitone è una figura della mitologia greca. Era un drago-serpente di dimensioni impressionanti, figlio di Gea, prodotto dal fango della terra dopo il Diluvio Universale. Custodiva l'Oracolo di Delfi. Morì in seguito ad un epico combattimento contro Apollo che, per questo, si impossessò dell'oracolo e diede alla sacerdotessa il nome di "Pizia" (Pitonessa).

[2] Recitar cantando è una forma di canto usata comunemente in melodrammi, oratori, cantate e opere, nella quale il cantante si esprime mediante uno stile che è stato definito anche come recitativo. La definizione è stata coniata dai musicisti e nobili della Camerata de' Bardi nel XVI secolo.

[3] La Compieta è all'interno della Liturgia delle Ore, l'ultimo momento di preghiera della giornata. È così chiamata perché compie le ore canoniche, e si recita prima del riposo notturno. L'espressione che usa il breviario latino per questa Ora è ad completorium, che significa "alla chiusura", "al compimento", "alla conclusione". Gli schemi della Compieta sono organizzati secondo un ritmo settimanale. È però consentito recitare sempre l'una o l'altra Compieta domenicale (schema dopo i primi o dopo i secondi Vespri della domenica).