Gesualdo Carlo principe di Venosa
(Venosa 8 marzo 1566 - Gesualdo 8 settembre 1613)

Poco si sa della sua vita. Nipote per parte di madre di Carlo Borromeo e per parte di padre del cardinale Alfonso Gesualdo, si rese celebre per due fatti, entrambi legati alla sua vita sentimentale. Sposatosi con Maria d’Avalos, e sorpresala mentre lo tradiva con Fabrizio Carafa, uccise i due amanti (1590); allontanatosi da Napoli non tanto per sfuggire alla giustizia quanto per evitare la vendetta dei parenti degli uccisi. Carlo rimase a Gesualdo finché la sete di vendetta delle famiglie dei d'Avalos e dei Carafa si fu placata. Per sentirsi sicuro da eventuali attacchi di forze nemiche sembra che abbia ordinato il taglio del bosco di querce e di abeti che ricoprivano la collina prospiciente il castello. Dopo tre anni e quattro mesi dal duplice assassinio si recò, accompagnato da suo cognato Ferdinando Sanseverino conte di Saponara, dal conte Cesare Caracciolo e dal musico Scipione Stella, a Ferrara per unirsi in matrimonio con Eleonora d'Este (1594). A Ferrara Gesualdo si legò d’amicizia col Tasso, del quale mise in musica alcune liriche.
Formatosi alla scuola di qualche maestro napoletano (forse Pomponio Nenna), Gesualdo coltivò l’arte musicale più per diletto che per altro; certo non per esigenze professionali, dal momento che la maggior parte delle sue composizioni venne pubblicata a opera di musicisti della sua piccola corte. Ultimo, forse, dei madrigalisti rinascimentali, Gesualdo ha lasciato una produzione che comprende circa 110 madrigali a cinque voci (incompleto ci è giunto 1 libro di madrigali a cinque voci sei voci), più 2 libri di mottetti e 1 di responsori. L’esperienza rivoluzionaria dei madrigali a cinque voci, divisi in 6 libri (1594-1611), fu ben compresa dai contemporanei, se Simone Molinaro, il grande liutista genovese, li volle pubblicare in un unico volume e , caso singolarissimo per l’epoca, in partitura (1613).
Punto di partenza del linguaggio di Gesualdo è il ritorno al cromatismo, già caro ad alcuni maestri attivi a metà del ‘500: la sua opera, che taluni vorrebbero definire già tipicamente barocca (non fosse altro, per l’insistenza con la quale egli affrontò il tema della morte e del dolore, quasi esaltandosi in atteggiamenti ipocondriaci), è in realtà un prolungamento della maniera rinascimentale, peraltro con alcune attenuazione e correzioni fra cui, principalmente, il rapporto poesia-musica.
Gesualdo mira all’espressione del sentimento più che alla descrizione, alla pittura musicale delle singole parole; egli evita codesto simbolismo musicale (che si traduceva nei cosiddetti «madrigalismi») mediante l’impiego prevalente della tecnica degli accordi per successioni, che a volte paiono persino casuali tanto sono audaci e imprevedibili. Di qui il carattere statico in gran parte delle sue composizioni, fatte di brevi frasi, spesso persino prive di temi. Se manieristico appare l’uso dei blocchi accordali e delle sfumature armoniche dissolventi, il risultato fonico è suggestivo ed è, per di più, sottolineato da uno stile vocale declamatorio, che pone Gesualdo agli antipodi delle precedenti esperienze madrigalistiche di un Marenzio o di quelle contemporanee di un Monteverdi.